Ras Walter De Stradis

Ras Walter De Stradis

Nelle ultime due puntate de “I Viaggi di Gulliver”, trasmissione con taglio giornalistico, dedicata alla “world music” (e non solo), che va in onda tutti i lunedì –dalle 20 alle 22- su Radio Potenza Centrale (streaming in diretta su www.radiopotenzacentrale.com), il conduttore Walter De Stradis (Ras Walter) ha intervistato il Maestro Enzo Avitabile, personaggio di levatura mondiale in ambito “suoni del mondo”. Ecco un brevissimo estratto della lunga conversazione.


D: Al concertone del Primo Maggio c’è stato questo incontro al vertice della World Music con Alpha Blondy, re del reggae africano. Com’è nata questa collaborazione?
R: E' nata nel mio Festival a Summonte, perchè nella cerimonia dell'anno scorso invitammo Alpha a chiudere la manifestazione e decidemmo di salire sul suo palco insieme e cominciammo a scambiarci delle cose. Io cantavo in napoletano sui suoi ritmi. Questa cosa è stata molto particolare perché lui disse :”E' stata una grande serata di Reggae.”

D: Ci sarà anche un seguito su disco?
R: Si, spero di si.

D: Alpha Blondy viene dalla Costa D'avorio, ti definiresti anche tu una sorta di “griot”, di “cantastorie”?
R: Io, in questi anni, ho lavorato molto per uscire dalle definizioni. Ho l'aspirazione a diventare io il genere, perché di solito, ti dico la verità, la definizione è comoda, però limita. L’obiettivo è di diventare il significato, non il significante. In questo caso, il “suonato”, non il “suonante”.

D: Quindi saresti d'accordo con quello che mi disse una volta Noa, ovvero che la parola stessa, “World Music”, non le piaceva, perché sembra indicare tutto ciò che non è anglofono.
R: Anche questo è relativo. Noi chiamiamo “World Music” un insieme di suoni del mondo che si cercano, si evocano, si mescolano. Capisco quello che dice Noa, ma la World, noi, la identifichiamo come la musica delle minoranze etniche che fino a quel momento non erano state assolutamente considerate.

D: Questo tuo percorso musicale, in questa musica di ricerca, di studio, di contaminazione, lo consideri un proseguimento della tua iniziale fase “funk”, o una rottura col passato?
R: No, assolutamente. E' naturale che James Brown, quelle cose, te le porti dentro. La mia volontà successiva è stata una sorta di scelta, di coscienza di riportare a casa tutto quello che avevo imparato e di riportarlo nel mondo attraverso una mia interpretazione, attraverso una mia coscienza, utilizzando la scala napoletana, utilizzando i ”piedi di ritmi”, come dicevano i greci, utilizzando lo scambio dei suoni del mondo.

D: Ascoltando la tua musica viene da pensare che al di là del prodotto musicale finale, dietro ci sia uno studio, un approfondimento mostruoso.
R: Sì, sì. Chiaramente, c'è molto studio, molta passione e molta volontà di avere un suono mio e una parola mia. Un suono che abbia una parola, e una parola che abbia un suono. Io ho seguito i grandi maestri che hanno creato un linguaggio. Io li chiamo “I punti luce”: James Brown, Fela Kuti, Jimi Hendrix, Bob Marley. Per me Alpha Blondy, anche lui, è un altro grande punto luce della mia vita.

D: Hai mai pensato di fare un disco in Giamaica?
R: No, perché io sono molto credente, e faccio le cose quando Dio vuole che accadano.

Africa Unite: “In arrivo il nostro nuovo album”

 

Massimo Pesce, meno di trent’anni, è un giovane che si è messo in testa una cosa: diffondere i suoni e la cultura della musica reggae in una città che da quell’orecchio non ci sente, Potenza.

Non è un caso, pertanto, che gli eventi che sta allestendo al Cycas Club di Tito Scalo, s’intitolino “La Voce del Reggae”.

Dopo l’esibizione di PietroDread e di Jovine di qualche mese fa, sabato 28 febbraio scorso è stata la volta di due band dal calibro molto grosso: gli Africa Unite (seppur in versione “sound system”) e i romani Radici nel Cemento.

Non serve organizzare un concerto ogni tanto –ci spiega Massimo- ma il mio intento è quello di dar vita a un vero movimento, e di compattarlo. Voglio, soprattutto, avvicinare anche i “profani” a questa musica, perché gli appassionati rispondono sempre e comunque”.

Ci saranno sicuramente altri eventi, conclude: il sogno/obiettivo è quello di portare qui da noi, quanto prima, un artista reggae direttamente dalla Giamaica.

Poco prima della loro esibizione abbiamo incontrato Bunna (voce) e Madaski (suoni) degli storici Africa Unite (band in circolazione da oltre 30 anni), giunti al Cycas di Tito Scalo nella loro versione “ridotta”, System of a Sound.

Questa sera siete qui al Cycas nelle vesti di “Africa Unite: System of a Sound”. In cosa consiste questo progetto “parallelo”?

Bunna: Serve a rappresentare un po’ le due “anime” degli Africa. Quella di Madaski, che fa il suo live “dub set”, e la mia, che si incarna nel “dj set” con le mie selezioni. Poi l’esibizione prevede una terza parte, in cui io canto quattro o cinque cose, sulle basi dub di Madaski.

Brani improvvisati?

Bunna: No, sono sempre pezzi del repertorio Africa Unite.

Madaski, lei è notoriamente un appassionato di Metal. Gli Africa Unite faranno mai un brano di quel tipo?

Madaski: Io sono assolutamente di quell’area lì (ride). Comunque non credo che faremo mai un brano metal. Anche se ritengo che a volte nelle “nicchie di suono” ci siano comunque della affinità attitudinali.

E’ un po’ che non esce un vostro disco nuovo.

Bunna: Lo abbiamo appena finito. Uscirà verso aprile. Ancora una volta, ci saranno le nostre due anime, con una virata un po’ più elettronica, questa volta.

Sarà nello stile di “Controlli”, quindi?

Madaski: No, sarà un discorso più “mediato”. Rispetto a quel disco ci saranno più “canzoni”, ma anche più “suoni”.

Io però mi sarei aspettato un cd live, dopo il tour particolare di “Babilonia e Poesia”, che riuniva la vecchia band di vent’anni fa.

Bunna: In effetti ci avevamo pensato. Abbiamo pure registrato qualcosa, che magari faremo ascoltare in qualche situazione. Tuttavia abbiamo preferito concentrarci sul disco nuovo, visto che erano quattro anni che non ne usciva uno.

Com’è cambiata la scena reggae rispetto ai vostri esordi di trent’anni fa?

Bunna: Mah, il reggae oggi ce l’ha, un suo pubblico. Il nostro, tuttavia, è trasversale, in quanto abbraccia anche persone che non sono propriamente appassionati di questa musica. E questo negli anni ci ha sicuramente aiutato.

E lei, Madaski, prima o poi farà un altro album solista di musica elettronica/industrial?

E chi lo sa? In effetti non ci ho pensato ancora, poiché il concetto stesso di “album”, almeno per certi generi, sta un po’ passando di moda. Lo stesso album nuovo degli Africa … beh, anche lì, abbiamo discusso a lungo se era il caso di fare uscire un disco o pubblicare semplicemente delle clip. Per quanto riguarda il mio lavoro solista, sì, ho lavorato a delle cose e le ho messe in Rete, ma un album nuovo…beh, la domanda mi coglie impreparato. Diciamo che da stasera ci penso e poi ti faccio sapere (ride).    Walter De Stradis